Siamo uno specchio

Vivo momento di grande stanchezza, fisica e mentale, seppur a questa ho detto ciao da molto.
Sopravvivo, tento sempre di scalpitare per non restare calpestata.
Ho un rifiuto forte per le cose imposte, per lo 'standar' degli altri: quindi boicotto il sociale che gli altri tentano di esigere da me, per poi sentirmi dire "ma mi sembra strano che non guardi mai il telefono e non vedi i miei messaggi".
Oh sì, li vedo, con sta cosa che col popup puoi leggerli senza palesarti mi andava di lusso. Ora che mi è stato fatto notare che, ufficialmente, non leggo mai mi sono presa la briga di palesarmi: leggo, stando accorta che le spunte diventino blu in modo da fare capire dall'altra parte che 'sì, ho letto', ma non rispondo.
Cosa faccia credere alle persone di avere diritto di dirmi cosa o come devo fare, non lo so: non me ne capacito, ma fino ad un certo punto, poi passa. Passa perché la mia testa si tuffa in altri pensieri, fende lo specchio delle mie situazioni. Mie e basta.

Sono un paio di giorni che mi rimbomba in testa la frase 'dividi et impera'. Mi piacciono questo genere di locuzioni, secche ma piene, si adattano ad ogni nostro giorno.

L'altra sera ho risposto ad una chiamata sul cellulare, era lui: il tipo sposato, del quale ho conosciuto la moglie, donna che attende che io vada a mangiare con lei.
Una conversazione durata sì e no cinque minuti, a parlare di un progetto di lavoro: mi sono gustata le sue pause, le cose che non ha detto perché non poteva dire, ma che voleva sentire dire da me e che io non ho detto, anche se potevo.
Perché nulla è scontato, il mio non è il ruolo dell'amante nemmeno tanto assidua, che deve riempire i suoi vuoti. Il mio ruolo è di attingere il più possibile per me stessa, non per lui o chi per esso.

Ameba, mi sento talune volte come un'ameba. Ma poi mi riprendo, basta poco, quel poco che mi fa sbagliare il bar.
Così leggo distrattamente l'appuntamento con un paio di amici, per bere qualcosa: recepisco l'ora, penso d'avere afferrato il luogo, sbagliato di poco. Perché mi presento puntuale, non faccio a caso che non vedo ancora nessuno, mi siedo al mio tavolino, ordino da bere, accendo la sigaretta e comincio a chiacchierare con la prima persona a tiro, interrotta ad un certo punto dallo squillo del cellulare, rispondo, uno di loro :"Guarda avanti" e mette giù.
Alzo gli occhi, li vedo, mi guardo attorno e capisco di aver sbagliato locale e lì l'ameba prende il sopravvento: resto nel bar sbagliato a guardarli e bevo.

Mi è stato rimproverato che attacco troppo facilmente bottone con le persone. Che giudizio sbagliato, che osservatore poco attento. Se la persona che mi ha rivolto questo giudizio, anziché pensare al tempo che in tale modo io sottraggo a lei, osservasse che sono le persone che attaccano bottone con me: perché io ascolto e molto, prediligendo le persone più vecchie.
Ultima la pensionata in villeggiatura, conosciuta per sbaglio 5 minuti prima mentre ero intenta a leggere un cartello affisso ad un muro: lei, la donna dai capelli bianchi con l'immancabile cagnolino mi si è affiancata, buttandomi lì una frase di circostanza.
Potevo fare finta di non sentirla, invece mi sono girata a guardarla con un sorriso.
Basta poco e con poco, un sorriso, vieni a conoscere i tratti della sua vita, le attitudini del suo figliolo, il mal vivere della gente.





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